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Mail di un’amica

maggio 20, 2008

Questa sera ho ricevuto una mail da una cara amica…

Carissimi,
come voi, da giorni, sono rincorsa da immagini e notizie sulle azioni di governo in merito alla situazione degli immigrati e dei rom nel nostro Paese. Ma oggi è una giornata particolare.

Stamattina sono stata svegliata dalla telefonata di Simona, ragazza rom domiciliata al campo della Cesarina, che, sotto la pioggia dalle 6.30, mi chiedeva di passare all´angolo della strada, dove di solito trascorre le giornate a raccogliere qualche offerta, per raccontarmi di ciò che accade al suo campo in questi giorni, della paura che hanno i bambini, di queste notti passate a dormire tutti insieme nelle roulotte meno isolate per prevenire eventuali aggressioni della popolazione del posto…L´ho ascoltata, come ogni mattina, da anni.

Dopo, a lavoro, aprendo la posta ho trovato una mail di Giovanni Bachelet con la poesia che trovate in calce.
Poi, ancora, per telefono, amici mi riferiscono di aver ricevuto richiami alla correttezza dei toni nel commentare i fatti di questi giorni.

A questo punto, non posso tacere. Né per Simona, né per me stessa.

Allora, lo dico a voi, perché condividiamo delle idee e perché ho già taciuto nei luoghi dei dibattiti e delle discussioni politiche dei giorni scorsi dove sono rimasta ad ascoltare per ore come si gestisce una opposizione “gentile” e dove non ho avuto la prontezza o il coraggio, e ne chiedo perdono a Simona per prima ma anche a voi tutti, di alzarmi e dire che io non ci sto.

Non ci sto in un partito che di fronte a questo clima si preoccupa di come si organizza un governo ombra con il bilancino e di come sussurrare il proprio dissenso…lievemente, pacatamente, educatamente. Non ci sto a non sparigliare le carte, a non denunciare i modi ed il merito, a non dire chiaramente ed esplicitamente no a un modo di fare politica e di affrontare i problemi che mi è lontano ed estraneo. Non ci sto a “prendere le distanze ma non troppo” sulla pelle di gente che sfugge alla povertà, che vive nell´incertezza di cosa dare da mangiare ai figli, che vive nella paura e passa le notti a vigilare e a guardarsi le spalle, che chiede disperatamente un lavoro ma non lo trova perché non è facile fidarsi di uno che vive in un baracca.

E´ vero, tra loro ci sono delinquenti e malfattori, violentatori e ladri di bambini. Esattamente come quelli che sono in mezzo a noi, nelle nostre famiglie difficili, nelle nostre periferie degradate, ma anche nella nostra banale e spesso bifronte ordinarietà.

Ma non è cacciando tutti che si risolvono i problemi. Non è cavalcando la rabbia e la paura dei nostri poveri verso altri poveri che si accumula consenso e legittimazione. Tutto ciò, semmai, serve a sgombrare il campo dalla visione di una povertà dolorosa e straniera, a zittire abilmente le richieste di sicurezza e benessere mentre si perpetuano politiche economiche nazionali e internazionali spregiudicate e inique. Non ad altro.
Per questo non posso tacere il dissenso verso una politica che, su questi temi, non si esprima con un “sì, sì” ed un “no,no”.

So che si tratta di un dissenso anonimo e debole. Il mio è un nome come tanti. Non ho titoli e non occupo scranni. Non sposto consensi.

Ma mi hanno insegnato che perché le cose funzionino ognuno deve fare la sua parte, per quanto piccola, fino in fondo. Ed è responsabile per quella.

La mia piccola parte è dire, per ciò che conta, che mi dissocio totalmente dall´opposizione leggera del Partito Democratico alle politiche sui rom, da chi a parole rifiuta il consociativismo ma non assume l’alternatività delle scelte. Lo dico a voi e lo dirò nei luoghi della politica: io sto dalla parte di Simona!

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(Bertolt Brecht)

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