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I cattolici al tempo del Pd

ottobre 13, 2008

di Rosy Bindi, L’Unità 13/10/2008

Il ruolo della religione nella società contemporanea è tornato con forza al centro del dibattito culturale e politico. I recenti interventi di Benedetto XVI, sulla laicità nel viaggio apostolico in Francia e sui rapporti tra Stato e Chiesa pochi giorni fa al Quirinale, hanno rilanciato la riflessione sul rapporto tra fede e politica.

Un discorso che va ben oltre la “questione cattolica”, intesa come un capitolo della storia d’Italia che si dipana da Porta Pia fino alla Dc e oltre, e rinvia piuttosto al tema più profondo – tutt’altro che estraneo allo sconquasso a cui stiamo assistendo della finanza mondiale – del deficit etico delle nostre democrazie. Un deficit che il fattore religioso può contribuire a colmare a patto di superare la tentazione, in cui cadono credenti e non credenti, di usare la religione come un surrogato, un riempitivo del vuoto creato dal tramonto delle ideologie del Novecento. Sono invece convinta che una nuova laicità possa restituire chiarezza e nuovo senso al rapporto tra fede e politica.

Anche per questo non credo si possa archiviare o deviare il compito del cattolicesimo democratico, quel movimento che ha permesso di riconciliare i cattolici italiani – e in qualche modo anche la Chiesa – con la modernità e la democrazia. Grazie ai cattolici democratici la laicità si afferma come metodo della politica, e nella Costituzione il rapporto tra verità e libertà, valori e consenso permette di superare lo iato tra democrazia formale e democrazia sostanziale. La storia di questo movimento non coincide con quella della Dc, anche se ne ha incarnato le fasi più avanzate, le personalità più scomode e creative. E non è un caso se l’esperienza dell’Ulivo affonda le proprie radici nell’orizzonte culturale del cattolicesimo democratico. Oggi si tratta di capire come spendere questa eredità nel Pd per riconciliare i cattolici italiani con il bipolarismo e rendere nuovamente feconda la loro presenza per il futuro della democrazia.

Molte analisi sul risultato elettorale si sono concentrate sul voto cattolico. I cattolici, è stato detto, questa volta non hanno scelto in base all’appartenenza, hanno votato per tutti i partiti anche se in maniera predominante si sono riconosciuti nell’offerta di Berlusconi. Dobbiamo ancora capire le ragioni profonde di un voto che ha premiato la paura invece della speranza, l’apparenza invece della coerenza e che mai prima d’ora ha contribuito a spingere a destra l’asse politico del paese.

Non mi convince chi, come Tremonti e D’Alema cerca spiegazioni nel risveglio di uno spirito integralista che avrebbe fatto da collante intorno ai valori di Dio Patria a Famiglia. Nel dialogo sul peso delle religioni, insieme ad una non scontata ammissione che la fede non è confinabile alla dimensione privata, si avverte ancora la persistente difficoltà di una certa cultura laica a superare un’idea di religione come espressione di una sorta di “preistoria dell’umanità”, in conflitto con la libertà, la ragione, la scienza. E la Chiesa sembra apparire ancora come un potere che attenta alla modernità e alla laicità dello Stato.

E’ visibile in questa impostazione l’eco di una politica che tende a stabilire con le gerarchie un rapporto pattizio e guarda all’elettorato cattolico in modo opportunistico. Ma sbaglia anche chi, come Rutelli, immagina di agganciare quello stesso elettorato presentandosi come unico interlocutore affidabile delle gerarchie. Dopo la breve esperienza dei teodem, con cui ha separato i cattolici dai cattolici innestando nella Margherita un’enclave integralista, ora rilancia la vecchia tesi della trasversalità cattolica e sotto le insegne di una nuova associazione mette insieme Bobba, Casini e Lupi. La “moderna laicità” di Rutelli ha in realtà un volto vecchio, quello gentiloniano della strumentalità con cui spesso sono stati utilizzati i cattolici in operazioni politiche di stampo moderato.

Per il Pd, la ricerca di nuove alleanze politiche, necessaria a costruire l’alternativa al governo Berlusconi, esige di rafforzare e non snaturare il profilo ideale e programmatico del partito. Così, invece, si minano le ragioni fondative del Pd: dar vita a un partito nuovo, laico e plurale, capace di tenere insieme credenti e non credenti in un unico progetto di innovazione della politica e della democrazia.

Il cantiere democratico è ancora aperto. E i cattolici che hanno scommesso fin dal ’95 nell’Ulivo non possono farsi né da parte, coltivando formule alternative, né da un lato, dando vita all’ennesima corrente.

A cosa serve il richiamo all’identità su cui fanno leva gli ex popolari riuniti ad Assisi? Anche questa mi pare una scelta strumentale. Il richiamo alla cultura cattolico democratica, accreditando per giunta l’idea di averne il monopolio, diventa la credenziale per formare una corrente. Col risultato di farlo guardando al passato, a come eravamo, e non a come dobbiamo essere oggi, democratici e mescolati agli altri eventualmente in una corrente, ma in nome del progetto politico e non delle appartenenze. Di separatezza in separatezza il passo verso l’irrilevanza culturale, anche se mascherata dalla possibilità di contrattazione politica, è davvero breve.

La scelta non può che essere quella di tornare al progetto e alla proposta. Nel dna dei cattolici democratici ci sono la laicità dello Stato e la lotta alle ingiustizie e i temi su cui offrire il nostro contributo non mancano. Penso alla necessità di regolare il mercato e riaffermare il primato del lavoro umiliato dall’economia delle transazioni finanziarie. Alla qualità della democrazia, alla difesa della Costituzione e della legalità. La nostra laicità è la garanzia di una corretta distinzione dei poteri, contro gli strappi alle regole e la prevaricazione del Parlamento. Penso ad una nuova cittadinanza, aperta e accogliente anche verso gli stranieri.

L’intolleranza che la Lega e la destra alimentano, utilizzando in modo blasfemo il cristianesimo come un baluardo a difesa dell’identità italiana o più semplicemente veneta o lombarda, è un veleno che produce violenza e razzismo e non possiamo neutralizzarlo affidando le nostre ragioni solo agli editoriali dell’Osservatore romano e Famiglia cristiana. E penso alle sfide della bioetica, che ormai coinvolgono con mille contraddizioni e interrogativi la vita quotidiana di ognuno di noi. Non ha alcun senso contestare il diritto della Chiesa ad esprimersi, è invece molto più utile che credenti e non credenti imparino a confrontarsi, senza reciproche scomuniche, nella ricerca nel bene possibile, nella difesa della dignità e libertà della persona umana.

Basterebbe insomma riprendere con coraggio e speranza la lezione dei nostri maestri. Ricordo, tra tutti, gli ultimi che ci hanno lasciato, Pietro Scoppola e Leopoldo Elia. Una lezione di dialogo, contaminazione culturale, libertà intellettuale. Una lezione di nuova laicità.

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One comment

  1. Proviamo a chiamare le cose secondo il loro nome?
    Tutta la chiosa per i laici cattolici sulla religione, chiesa , politica, ecc. mettiamola sotto il nome: “potere temporale”?
    Il Potere Temporale e le relazioni che da questo storicamente ne discendono sono oggetto di confronto fra le due chiese: romana ed ortodossa. Non sanno ancora, all’interno delle due istituzioni ecclesiastiche, qual’è la soluzione giusta. Nel secolo scorso gli ortodossi hanno dimostrato il contrario di quello romano. Vedremo nel terzo millennio su quale assetto si configureranno.
    Per noi laici cattolici romani non resta che attendere l’evoluzione della discussione in corso.
    Intanto, possiamo cercare di capire il perchè dobbiamo nasconderci dietro la foglia di fico per l’indifendibilità dello IOR?
    Laicamente, è proponibile il “Commissariamento dello IOR” in mano ad un cattolico laico che lo rivolti come un calzino?
    La tua analisi sul teodem, siano essi provenienti dalle sponde dei catto-comunisti o catto-fascisti, lascia il tempo che trova fino a quando tra la pagliuzza delle sottigliezze sociopolitiche, di destra e di sinistra, non si decide di affrontare la trave dei “politici-camerieri-delle-banche”.
    Un esempio pratico. Qual’è il politico che in questa congiuntura finanziaria si è schierato, apertamente, chiaramente, dalla parte degli imprenditori che hanno denunciato i tassi usurai praticati dalle banche, che si vogliono salvare!
    E, sempre in materia finanziaria, e in concreto.
    L’Argentina come si è salvata dalla fame a cui l’aveva costretta la comunità finanziaria internazionale?
    Risposta. L’Argentina, come altre nazioni ante seconda guerra mondiale, ha adottato una specie di Moneta Locale e ha funzionato, ora come nel ’33.
    Non era forse cattolico colui che propose la legge sulla “La Proprietà Popolare della Moneta” secondo la Costituzione?
    Tu dov’eri quando ha presentato questa proposta di legge?
    Ora che te lo chiedo cosa farai?
    Su questo campo si gioca la battaglia della “verità e libertà”.
    Un terreno che impegna anche la CEI che non potrà più svicolarsi se per indigenza e fame i popoli saranno sottoposti alla EUTANASIA PER VIA FINANZIARIA.
    Sì. Onorevole Rosy, con la pancia piena, su questa forma di Eutanasia cosa facciamo? Continuiamo a discuterne o ad operare?
    Rutelli, Veltroni, D’alema, Prodi ecc. nulla hanno detto su questa Eutanasi.
    Nemmeno Lei.
    Ma, Lei è cattolica e sulla “verità e libertà” è impegnata come me e quanto me.
    Cosa facciamo in concreto?
    Forse ho preso troppo del Suo tempo?
    Per i poveri che non fanno opposizione in parlamento, e nemmeno maggioranza, da quale parte li mettiamo?
    Comunque le “tre malebestie” del Primo Patito Popolare si sono tutte avverate.
    Forse non sarebbe il caso di offrire ai Laici quella Idealità?
    Con gratitudine, Giuseppe



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